Sisma in Venezuela, CESVI: numeri da guerra
La gente ha bisogno di tutto
A tredici giorni dal terremoto, continuano salvataggi “miracolosi” e il governo decide di riaprire le scuole per far concludere agli studenti l’anno scolastico e riportare una parvenza di normalità. Ma lo scenario descritto da Marcélo Garcia Dalla Costa, responsabile dei Programmi internazionali dell’ONG, è apocalittico. Massima preoccupazione per i bambini, molti rimasti orfani e con gravi traumi da shock, “la gente vive in strada, ha perso tutto, altissimo rischio epidemie”
Mentre la terra si spaccava sotto i colpi del doppio sisma che lo scorso 24 giugno ha devastato il Venezuela, ingoiando case, strade, edifici, e vite, senza alcuna pietà, in una clinica di El Junquito, paesino abbarbicato sulle montagne, a trenta chilometri da Caracas, una donna stava dando alla luce il suo bambino. Accanto a lei il figlio maggiore di 12 anni che ha scelto di restare vicino alla sua mamma nonostante lei gli avesse intimato e ripetuto di scappare e mettersi in salvo. Il piccolo è nato, con il mondo che gli crollava intorno, ma coperto e riparato dalle braccia della madre e da quelle di un fratello maggiore, destinato a diventare eroe, esattamente qualche istante dopo la seconda e più violenta scossa di magnitudo 7.5. A condividere con i media vaticani questa potente immagine che nessuna fotocamera di cellulare ha potuto immortalare è Marcélo Garcia Dalla Costa, responsabile dei Programmi internazionali del CESVI e coordinatore da Caracas per l’emergenza terremoto: “Stavano venendo giù i muri dell’ospedale che ad oggi risulta gravemente danneggiato ed è stato evacuato, ma quel bimbo voleva nascere. Vedere che nonostante la distruzione più totale la vita continui, imperterrita, è un segno forte di speranza per il futuro, a cui dobbiamo aggrapparci, soprattutto adesso che la stanchezza comincia a farsi sentire ed è finito l’effetto dell’adrenalina. Le persone qui sono eccezionali, sono resilienti, si danno veramente da fare in qualsiasi modo per cercare di superare questa tragedia, noi non possiamo far altro che stare dalla loro parte”.
La contabilità del disastro
La realtà dei fatti, a 13 giorni dal sisma, descrive uno scenario apocalittico. I dati aggiornati dalle agenzie umanitarie sul terreno restituiscono l’immagine di un Paese devastato. Il bilancio ufficiale delle vittime ha superato i 3.500 morti accertati, i feriti ospedalizzati sono oltre 11.200, una cifra che ha fatto collassare un sistema sanitario già strutturalmente fragile. La vera corsa contro il tempo riguarda però i dispersi, il cui conteggio oscilla drammaticamente tra i 38.000 e i 50.000 cittadini di cui non si hanno più notizie. Gli sfollati totali hanno superato il milione e mezzo, e secondo i dati dell’UNICEF ci sono almeno 680.000 bambini in condizioni di urgente necessità e assistenza, costretti a dormire in rifugi di fortuna esposti alle piogge stagionali e alle costanti scosse di assestamento. “Le cifre sono ancora provvisorie purtroppo e per quanto già drammatiche sono al ribasso – spiega Dalla Costa -. La sensazione è che siamo di fronte a una catastrofe di dimensioni enormi, con numeri che più che a un terremoto fanno pensare a una guerra. Nei quartieri più popolosi c’erano palazzine di 20 piani che sono implose su loro stesse, diventando una trappola per migliaia di residenti”. Il CESVI, presente nel Paese sudamericano da vent’anni, si è attivato fin dalle prime ore dalla catastrofe per prestare soccorso nella capitale e nella falcidiata provincia costiera di La Guaira. Proprio mentre risponde alle nostre domande, il coordinatore è pronto a rimettersi in marcia verso la costa: “Stiamo ripartendo con due camion per la distribuzione di kit di materiale di prima necessità, in particolare materiale per ripararsi, teli di plastica, tende, impermeabili, ma anche materiale sanitario, farmaci, cibo e acqua potabile”.
Pioggia e colera aggravano la situazione
Il problema più urgente, adesso, è che l’asfalto, con gli ospedali al collasso e le strutture di accoglienza sature, è diventato l’unico letto possibile per migliaia di famiglie, molte con figli piccolissimi. “Le persone vivono letteralmente per strada, hanno perso tutto e non è un modo di dire”, denuncia il responsabile del CESVI. Una condizione di vulnerabilità assoluta che si sta trasformando in un’emergenza sanitaria di grandi proporzioni. “Inizia ora la stagione delle piogge e sappiamo quali danni possa provocare. L’acqua potabile è sicuramente l’elemento più importante e la richiesta più importante che ci arriva dalla popolazione in quanto la rete idrica con il terremoto è stata distrutta”. A La Guaira in particolare, lungo la costa, il caldo è soffocante. Senza acqua potabile e con le fogne distrutte, lo spettro delle epidemie è già realtà. “I servizi igienici non ci sono. Ci sono già stati dei casi di colera e siamo fortemente preoccupati. I kit di igiene servono ma non bastano, bisognerebbe mettere un tetto anche provvisorio sopra le teste di queste famiglie”.
Alloggi ai terremotati
E proprio oggi la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha garantito che entro la fine dell’anno consegnerà soluzioni abitative alla popolazione che ha perso casa durante il terremoto. Il ministero dell’Edilizia e dell’Habitat sta sviluppando progetti “il più rapidamente possibile per affrontare la situazione”, ha spiegato Rodríguez durante l’insediamento di un comitato per affrontare la crisi edilizia, aggiungendo che “ci sono migliaia di soluzioni entro la fine dell’anno”. Non ha tuttavia specificato se si riferisse a campi, rifugi o alloggi permanenti per le famiglie colpite che secondo i calcoli dell’esecutivo, sono oltre 17.000.
Preoccupazione per i minori
La ferita nella ferita è rappresentata in queste ore dalle fosse comuni dove si stanno ammassando le vittime, nessun nome e per tutti una sola data: 24 giugno 2026. Qua e là qualche croce improvvisata con dei pezzi di legno. In questo scenario di distruzione, l’attenzione degli operatori umanitari si concentra sulla parte più fragile della popolazione ovvero l’infanzia. Ci sono centinaia di bambini che vagano tra le macerie, molti dei quali rimasti improvvisamente orfani. “Sono piccoli traumatizzati che richiedono un’assistenza particolare, non soltanto umanitaria ma anche psicologica”, sottolinea Marcélo Garcia Dalla Costa, spiegando come il CESVI, insieme ad altre ONG si stia impegnando attivamente con psicologi sul campo e attività ricreative che in qualche modo li riportino alla normalità: “nei loro occhi c’è la disperazione, la paura, alcuni sono ancora in uno stato di shock, hanno visto morire le loro mamme e i papà, schiacciati dalle macerie”.
Il governo riapre le scuole
Altro tentativo di riportare normalità soprattutto tra bambini e ragazzi arriva dal governo che lunedì 6 luglio ha dato il via libera alla ripresa delle lezioni scolastiche nelle aree meno colpite per completare le ultime due settimane dell’anno scolastico – un tentativo istituzionale per cercare di andare avanti e di non buttare via tutta la fatica e l’impegno degli studenti. “Nelle zone invece colpite le scuole attualmente sono usate come centri di accoglienza, bisognerà capire come fare, trovare un modo appena termineranno le operazioni di soccorso. Tornare in classe, per migliaia di bambini venezuelani, rappresenta il primo passo per superare il forte disagio psicologico e l’ansia provocati dal terremoto”. Molte Ong si stanno dando da fare per allestire tensostrutture protette e spazi educativi temporanei accanto alle macerie per garantire la continuità pedagogica”. La riapertura delle scuole non è solo un atto amministrativo, ma il tentativo della società civile di dimostrare che, nonostante la terra continui a tremare, il futuro del Venezuela non può rimanere sepolto.
I miracoli del tredicesimo giorno
Le dimensioni del disastro restano non chiare perché l’area colpita interessa varie regioni del Paese, alcune molto remote e montagnose, dove i ponti sono crollati e le strade sono state cancellate dalle frane. Il Venezuela oggi è un Paese sommerso da fango e detriti. “Alcune zone dopo oltre dieci giorni dal sisma devono ancora vedere arrivare l’assistenza umanitaria”, ammette il cooperante. “Noi con i nostri mezzi siamo riusciti a raggiungere alcune aree montagnose dove le strade sono crollate, per altre abbiamo continuato a piedi, portando lo stretto necessario”. Eppure, a quasi due settimane dalla catastrofe, la terra restituisce ancora storie incredibili che riaccendono la speranza dei soccorritori e danno seguito alle preghiere che ogni giorno, come ricordato all’ultimo Angelus del 5 luglio, anche il Papa eleva per quell’amata terra. “Proprio ieri sera c’è stato il ritrovamento di una mamma con una bambina di un anno che dopo 13 giorni sono state miracolosamente estratte vive dalle macerie, in condizioni fisiche anche piuttosto buone rispetto a quello che hanno vissuto”, conclude Dalla Costa. “Ovviamente, purtroppo questi casi sono molto isolati, non sempre si riesce a trovare uno spazio di sicurezza in mezzo alle macerie, e un po’ di cibo o acqua per sopravvivere nell’attesa dei soccorritori, però ci sono. Ma giorno dopo giorno crollano le possibilità di trovare persone vive. Ecco perché molti stanno abbandonando i cumuli di macerie che dal 24 giugno presidiavano in attesa di rivedere un loro caro, o anche solo risentirne la voce. L’aiuto di tutti, anche attraverso le donazioni, è fondamentale perché la gente qui ha davvero perso tutto”.
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