Torna a Loreto l’Annunciazione di Barocci, quando l’arte rivela la Parola

Dal 13 giugno al 25 ottobre nel Museo Pontificio della Santa Casa. Il capolavoro del maestro urbinate lascia temporaneamente la Pinacoteca Vaticana per tornare nel luogo per il quale fu concepito alla fine del Cinquecento. La mostra è stata presentata sabato a Loreto alla presenza dell’arcivescovo Fabio Dal Cin e dal direttore dei Musei Vaticani Barbara Jatta. Il curatore Fabrizio Biferali: un’immagine essenziale, nata per rivelare il Vangelo a chi non poteva leggerlo

Un ritorno a Loreto, nel Santuario Mariano per il quale era stata pensata, l’Annunciazione di Federico Barocci. Il capolavoro della Pinacoteca Vaticana viene esposto da sabato 13 giugno al 25 ottobre prossimo nel Museo Pontificio della Santa Casa.

Un ritorno alle origini

Un ritorno particolarmente significativo per il capolavoro del pittore urbinate, realizzato tra il 1582 e il 1584. Ma non si tratta di una prima volta. “L’opera – spiega Fabrizio Biferali, curatore del Reparto Arte dei secoli XV-XVI dei Musei Vaticani e curatore della mostra – torna a Loreto dopo un altro passaggio che era stato fatto nel 2010, sempre al Museo Pontificio Santa Casa di Loreto, con cui noi collaboriamo da tempo”.

L’Annunciazione fu concepita come pala d’altare della Cappella dei Duchi di Urbino, uno spazio decorato con gli affreschi di Federico Zuccari e gli stucchi di Federico Brandani. “Faceva parte di un contesto decorativo molto omogeneo, dedicato alla Vergine”, sottolinea Biferali. L’esposizione offre dunque l’occasione di rileggere il dipinto in rapporto alla sua storia e alla sua originaria destinazione.

Dalle spoliazioni napoleoniche ai Musei Vaticani

La vicenda dell’opera si intreccia con una delle pagine più complesse della storia del patrimonio artistico italiano. Nel 1797, dopo il Trattato di Tolentino, l’Annunciazione venne trasferita in Francia insieme agli oltre cinquecento capolavori italiani che avrebbero dovuto costituire il museo universale vagheggiato da Napoleone.

“Come molte opere italiane, è stata confiscata dalle truppe francesi, è arrivata a Parigi ed è stata esposta al Louvre”, ricorda Biferali. Soltanto nel 1815, grazie anche all’opera diplomatica di Antonio Canova e di Papa Pio VII, il dipinto poté fare ritorno in Italia e venire successivamente accolto nelle collezioni pontificie.

Secondo lo storico dell’arte, le requisizioni napoleoniche produssero un effetto paradossale. “Tutte queste opere vengono estrapolate dai propri contesti di origine”, osserva, ma una volta rientrate contribuirono alla nascita di nuove raccolte pubbliche. “Paradossalmente, pur avendo avuto vita breve quest’idea del museo universale di Napoleone, essa attecchisce quando le opere tornano in Italia o in Vaticano alla fine dell’età napoleonica”.

I segni della storia

Il soggiorno parigino ha lasciato però una traccia visibile sulla struttura dell’opera. Originariamente eseguita a olio su tavola, l’Annunciazione fu sottoposta in Francia al delicato trasferimento della pittura dalla tavola alla tela.

“Proprio il passaggio a Parigi ha comportato questo trasporto del colore da tavola a tela”, spiega Biferali. Un intervento allora piuttosto diffuso ma non privo di rischi. “Era ed è tuttora un’operazione molto delicata”, precisa il curatore, ricordando come tale intervento sia poco praticato proprio per la sua complessità e per i possibili danni che può provocare alle opere.

Barocci, maestro tra Manierismo e Controriforma

L’esposizione rappresenta anche l’occasione per riscoprire una delle figure più importanti dell’arte italiana tra Cinquecento e Seicento. “Barocci è sicuramente uno dei grandi artisti del tardo manierismo italiano”, afferma Biferali.

Formatosi nella tradizione raffaellesca e aperto alle suggestioni di Correggio, Parmigianino e dei grandi maestri veneti, il pittore urbinate esercitò una vasta influenza anche grazie alla diffusione delle sue invenzioni attraverso l’incisione. “Attraverso la stampa diffonde le sue iconografie che diventano un modello anche dell’arte della Controriforma”, spiega il curatore.

La semplicità del racconto evangelico

Proprio nell’Annunciazione emerge uno degli aspetti più caratteristici dell’arte di Barocci: la capacità di tradurre il messaggio evangelico in immagini immediate e accessibili.

“Sì, lui in questa immagine veramente si limita all’essenziale”, osserva Biferali. Nella composizione compaiono la Vergine, l’angelo annunciante con il giglio e, sullo sfondo, una finestra aperta sul Palazzo Ducale di Urbino, discreto riferimento alla committenza.

Prevalgono equilibrio e serenità. “È un’immagine molto semplice “, spiega il curatore. A differenza di altre celebri rappresentazioni dello stesso tema come ad esempio l’Annunciazione di Lorenzo Lotto a Recanati, qui la Vergine “non appare assolutamente turbata”. Il risultato è una scena “placidamente rappresentata, ferma”, pensata per rendere immediatamente comprensibile il contenuto del racconto sacro.

“Molti non avevano la possibilità di leggere i testi, la Bibbia, le Sacre Scritture, ma avevano queste immagini che erano così esplicite, così esemplificative che non c’era bisogno di accedere alla fonte testuale”, conclude Biferali. Una funzione catechetica che, a oltre quattro secoli dalla sua realizzazione, continua a parlare alle donne e agli uomini dei nostri giorni.

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